Quando rosicchiare diventa una strategia – Riflessioni sulla ricerca di Kubo, Iinuma e Chen (2015) e Quinn et al. (2025)
Chi agisce con i cani lo sa bene, senza bisogno di conferme scientifiche: davanti a una situazione difficile, un rumore fastidioso, un cambiamento di routine, un allontanamento, una richiesta ambigua, molti cani cercano un oggetto da mordicchiare: un gioco, un osso, uno scarpone, e a volte oggetti decisamente meno convenzionali.

Per anni questo comportamento è stato etichettato come un vizio da correggere, un dispetto, una debolezza dell’individuo, o al massimo, come un modo per tenere occupata la bocca.
Trovo utile riflettere sui quesiti che la scienza si pone, e sui risultati che ne derivano: una conferma necessaria per agire con sempre maggiore consapevolezza e solidità teorica.
Due ricerche pubblicate a 10 anni di distanza, la prima nel 2015 su topi e ratti, la seconda nel 2025 specificamente sul cane, innescata dalla prima, ci raccontano una storia diversa ed interessante: la masticazione si trasforma in un vero e proprio strumento biologico di autoregolazione dello stress.
Vale la pena raccontarle e scoprire dove si incontrano e dove, con onestà, i due mondi restano ancora distanti.

Il punto di partenza: cosa hanno scoperto i topi
La prima ricerca è una review, ovvero una revisione scientifica pubblicata su BioMed Research International, firmata da Kubo, Iinuma e Chen, che raccoglie e sintetizza i risultati di decenni di studi precedenti, non un singolo esperimento. Essendo una revisione, i suoi contenuti derivano da studi originali già pubblicati.
Ma andiamo per gradi ed iniziamo dall’obiettivo della ricerca
I ricercatori volevano indagare il gesto di masticare e capire come questa attività producesse conseguenze su un animale che si trova in una condizione di difficoltà intensa: se aiutasse il corpo a contenere gli effetti di quella difficoltà, sia a livello ormonale che a livello cerebrale e fisico (stomaco, ossa, cuore).
In altre parole: masticare è solo un gesto casuale, oppure è una vera e propria strategia che l’organismo usa per proteggersi?
Come hanno realizzato lo studio
Gli animali coinvolti negli studi raccolti dalla review sono stati ratti e topi. I ricercatori hanno creato diverse condizioni controllate di difficoltà, ciascuna in grado di riprodurre una tipologia diversa di sfida:
– Immobilizzazione (blocco momentaneo del movimento): l’animale viene tenuto fermo per un breve e definito periodo.
– Contenimento in uno spazio ristretto: viene limitato lo spazio attraverso un piccolo tubo o una gabbietta che ne limita i movimenti, facendo attenzione a non provocare dolore.
– Esposizione al freddo: l’animale viene collocato in un ambiente più freddo del normale.
– Piccole scosse controllate o un leggero pizzicamento della coda (tocco fastidioso).
– Situazioni di disagio non limitate ad un singolo episodio, ma ripetute per giorni o settimane.
– Stress ineludibile: situazioni da cui non si può scappare.
– Stress prenatale: situazioni di difficoltà vissute prima della nascita: sono le madri in questo caso, a trovarsi in condizioni difficili durante la gravidanza, e i ricercatori osservano poi cosa succede ai piccoli una volta adulti.
Dal punto di vista del benessere dell’animale, personalmente trovo l’insieme di queste procedure discutibile: è un limite che vale la pena riconoscere apertamente, non solo accennare di passaggio. Detto questo, lo schema al centro dell’esperimento è sempre lo stesso: confrontare due gruppi di animali esposti alla stessa situazione difficile, uno con la possibilità di masticare qualcosa durante l’esperienza e l’altro senza.

Come hanno reso possibile la masticazione
Agli animali del gruppo che poteva masticare è stato dato un bastoncino di legno, da mordere liberamente durante l’esperienza. Nella situazione di stress ineludibile, invece, i ricercatori hanno osservato come gli animali si mettessero spontaneamente a masticare i materiali presenti nella gabbia, come un pezzo di foglio di alluminio o di cartone, una modalità che suggerisce come questa strategia emerga in modo naturale, senza bisogno di impararlo. E qui nasce una prima domanda da portarci nelle considerazioni personali che farò più avanti: tutti i soggetti accedono spontaneamente a questo gesto, o lo ricercano in egual misura?
I segnali misurati del corpo sotto pressione
Per capire se masticare facesse davvero la differenza, i ricercatori non si sono limitati a osservare il comportamento, ma hanno misurato una lunga serie di parametri biologici, che raggruppo per area.
Gli ormoni della risposta alla difficoltà
Hanno misurato nel sangue due sostanze chiave: il corticosterone e l’ACTH, l’ormone che segnala alle ghiandole surrenali di produrlo, due valori che indicano l’attivazione dell’asse ipotalamo-ipofisi-surrene, spesso abbreviato in asse HPA.
Cuore, pressione, temperatura corporea e stomaco
I ricercatori hanno misurato l’aumento della pressione arteriosa e della temperatura corporea interna e la presenza di aritmie (battiti cardiaci irregolari) nel periodo successivo alla situazione difficile. Un altro indicatore usato nel campo della ricerca è la formazione di ulcere gastriche.
Le ossa
I ricercatori hanno valutato quanto tessuto osseo si formava, quanto veniva degradato e come cambiava la struttura microscopica dell’osso dopo settimane di difficoltà ripetute.
L’attività di specifiche aree cerebrali
Il vero cuore dei risultati riguarda il cervello e le sostanze del sistema nervoso, in particolare l’ippocampo, l’area più coinvolta nella memoria, e tra le prime a modificarsi quando il corpo è sotto pressione intensa e prolungata.
I ricercatori hanno misurato:
– la quantità dei recettori dei glucocorticoidi, una specie di “sensore” che aiuta il cervello a spegnere l’allarme ormonale una volta passata la difficoltà.
– la capacità delle cellule nervose di rafforzare le proprie connessioni.
– i livelli di due proteine legate alla salute e alla crescita delle cellule nervose, il BDNF e la neurotrofina-3.
– la memoria spaziale e la capacità di apprendimento.
Con tecniche di imaging hanno anche osservato cosa succedeva in due aree opposte per funzione, la corteccia prefrontale mediale e l’amigdala, insieme a comportamenti simili all’ansia, al rilascio di catecolamine (come noradrenalina e dopamina) in diverse aree del cervello, ai livelli di ossido nitrico nell’ipotalamo e al flusso di sangue e ossigeno in amigdala e ipotalamo.
Quali sono stati i risultati
Messi insieme, queste osservazioni raccontano una storia piuttosto coerente: in quasi tutte le condizioni testate, gli animali che potevano masticare durante la situazione difficile mostravano una risposta corporea più contenuta rispetto a quelli che non potevano farlo:
– Livelli più bassi di ormoni come corticosterone e ACTH.
– Pressione arteriosa e temperatura corporea più stabile.
– Meno ulcere gastriche, minore deterioramento della struttura dell’osso nei soggetti anziani durante le settimane di difficoltà ripetute nel tempo.
– Minori comportamenti simili all’ansia.
– Nei circuiti cerebrali, masticare aumentava selettivamente l’attività nella corteccia prefrontale mediale destra durante la masticazione.
– Un consumo di glucosio più contenuto in due aree specifiche dell’ipotalamo coinvolte nella risposta ormonale.
– Nell’ippocampo, un aiuto a mantenere i recettori dei glucocorticoidi, con protezione della capacità delle cellule nervose di imparare.
– Nei cuccioli con madri che avevano potuto masticare un bastoncino durante la gravidanza: da adulti, minori deficit di apprendimento e una migliore proliferazione di nuove cellule nell’ippocampo, rispetto ai cuccioli di madri che non avevano potuto masticare.

Dieci anni dopo: la revisione che porta la domanda dal topo al cane
Nel 2025 Quinn e colleghi, della Sydney School of Veterinary Science, hanno pubblicato su Frontiers in Veterinary Science una revisione dedicata al significato funzionale e alle implicazioni della masticazione per il benessere del cane.
Il loro contributo non consiste in una semplice trasposizione al cane dei risultati ottenuti sui roditori. La revisione integra dati e osservazioni specifici sulla specie e propone un’interpretazione più articolata della funzione della masticazione.
Una delle ipotesi più interessanti è che masticare non riduca lo stress in modo semplice e unidirezionale, ma contribuisca più in generale a regolare il livello di attivazione (arousal) del cane. La stessa attività potrebbe quindi agire in direzioni differenti a seconda della condizione emotiva di partenza: aiutare un cane molto attivato a ridurre il proprio stato di allerta oppure offrire a un cane annoiato o poco coinvolto una forma di attivazione.
In questa prospettiva, la masticazione potrebbe rappresentare una sfida manipolativa che il cane ricerca e affronta autonomamente per raggiungere un livello di attivazione per lui più funzionale. Il suo effetto, quindi, non sarebbe definito in assoluto, ma dipenderebbe anche dallo stato iniziale del soggetto e dal modo in cui questo entra nell’attività.
Un elemento particolarmente interessante emerge dallo studio del 2023 di Krichbaum e colleghi, condotto su 32 Labrador adulti classificati come paurosi e non paurosi. Dopo cinque minuti di masticazione libera di un oggetto sintetico, i cani classificati come paurosi mostravano prestazioni migliori in un test di memoria spaziale; inoltre, quelli che avevano masticato con maggiore intensità ottenevano risultati migliori anche in un test del labirinto. Nei cani non paurosi, invece, non è stato osservato alcun miglioramento significativo.
Questi risultati suggeriscono che l’effetto della masticazione sulla memoria e sulla prestazione cognitiva non sia uguale per tutti i cani, ma possa dipendere dallo stato emotivo di partenza. La stessa attività può quindi assumere funzioni differenti e produrre conseguenze diverse nei diversi soggetti.

Perché mi sono interessata a questi risultati
Chi si occupa di cani tende naturalmente a cercare nella ricerca una conferma di ciò che l’esperienza sul campo suggerisce. Nel mio caso, data la mia attenzione al periodo evolutivo, il risultato che più mi colpisce riguarda gli effetti osservati nella prole delle madri che avevano potuto masticare durante la gravidanza: una volta adulti, i piccoli mostravano minori difficoltà di apprendimento e una migliore proliferazione di nuove cellule nell’ippocampo.
Il dato proviene dagli studi sui roditori, ma apre una domanda rilevante anche per il cane. Il confronto tra i funzionamenti delle diverse specie di mammiferi è alla base della ricerca comparata e permette di individuare meccanismi biologici condivisi, di aumentare e indirizzare gli interventi durante la gestazione, concentrandoli in attività che possono creare un impatto vero e duraturo sui cani del futuro.
La seconda riflessione riguarda il modo in cui interpretiamo la masticazione. I risultati non ci autorizzano a trasformarla in una prescrizione uguale per tutti. Gli effetti dipendono dalla condizione di base del soggetto e possono essere molto diversi, la stessa attività può contenere l’attivazione di un cane oppure incrementarla.
Riprendo una domanda emersa in precedenza: tutti i soggetti accedono spontaneamente a questo gesto, o lo ricercano in egual misura?
Offrire qualcosa da masticare non equivale automaticamente a favorire l’autoregolazione e a fornire una strategia “pronta all’uso”. La masticazione diventa una strategia significativa quando il cane può riconoscerla e utilizzarla in relazione a ciò che sente e a ciò di cui ha bisogno. È una possibilità che si costruisce attraverso l’esperienza e che va compresa nella storia del soggetto, nel suo momento evolutivo e nel contesto in cui emerge.
Può essere sostenuta e orientata, ma non dovrebbe diventare una risposta automatica a qualsiasi difficoltà. Un oggetto da masticare non risolve da solo una frustrazione, un problema di comunicazione o la mancata soddisfazione di un bisogno.
Non entro nel merito delle modalità pratiche — cosa proporre, come e quando. È una scelta di campo diversa da queste riflessioni, volutamente centrate sulla ricerca. Per chi cerca indicazioni pratiche, può facilmente trovarle su Kodami e Dogsportal.
Il valore di queste ricerche risiede, quindi, nella riflessione che ne traggo: non una formula pronta all’uso — “fai masticare il cane e lo stress diminuisce” — ma un cambiamento di sguardo. La masticazione può rappresentare una strategia significativa, ma la sua funzione non è data a priori: va osservata e compresa nel singolo individuo.
Le ricerche citate nell’articolo
- Kubo, Iinuma, Chen (2015) — Mastication as a Stress-Coping Behavior (https://doi.org/10.1155/2015/876409)
- Quinn et al. (2025) — Functional significance and welfare implications of chewing in dogs (https://doi.org/10.3389/fvets.2025.1499933)
- Krichbaum, Ramey, Cox, Lazarowski (2023) — No bones about it: The effect of chewing on cognition in dogs(https://doi.org/10.1016/j.applanim.2023.106078)


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