World habitat day

Adequate Housing for All – Un’abitazione adeguata per tutti. Ma adeguata a chi?

Raccolgo questa ghiotta occasione, la Giornata Mondiale dell’Habitat che apre Urban October, il mese dedicato a riflettere su come costruiamo le città e i luoghi in cui viviamo, per condividere una prospettiva personale.

Il tema scelto quest’anno nasce dall’urgenza della crisi abitativa mondiale, ma secondo il quadro ONU una casa adeguata comprende sicurezza della permanenza, servizi e infrastrutture, sostenibilità economica, abitabilità, accessibilità, ubicazione e adeguatezza culturale.

Adeguata è un aggettivo che non sta in piedi da solo: si è adeguati a qualcosa, per qualcuno. Adeguata a chi? A quale età, a quale fase della vita, a quale specie?

So bene che per miliardi di persone la domanda è ancora se una casa adeguata ci sia. Ma proprio perché “adeguata” non significa solo “esistente”, vale la pena chiedersi cosa una casa e i suoi dintorni permettano a chi ci cresce.

Lo dichiaro: a causa dei miei trascorsi lavorativi e della mia personalità non riesco che a guardare all’habitat attraverso una convivenza multispecie, con lo sguardo dell’età evolutiva.

Partirei dal significato che attribuisco al termine habitat: non come semplice spazio fisico, bensì come quell’insieme di condizioni che influenzano e permettono di vivere, muoversi, incontrarsi, riposare, crescere e sentirsi al sicuro. Un ambiente che racchiude offerta e limiti di possibilità.

Lo dice la stessa UN-Habitat nei messaggi di quest’anno: costruire più case, da sole, non basterà a risolvere la crisi abitativa. La casa va pensata insieme ai servizi, ai trasporti, agli spazi pubblici che la circondano.

Non basta avere uno spazio in cui vivere

Conta cosa quello spazio ci permette di fare, di evitare, di scegliere e di diventare. Oggi sappiamo quanto le esperienze, le emozioni, le percezioni e le aspettative che costruiamo nei luoghi che abitiamo partecipino alla nostra qualità della vita e alle nostre possibilità di azione.

L’habitat umano è già un habitat multispecie

Quando pensiamo all’habitat umano, non possiamo dimenticare che gli animali condividono con noi quegli stessi spazi, e non per gentile concessione. Condividiamo gli habitat da migliaia di anni, partecipando e subendo cambiamenti e trasformazioni e, con alcuni di essi, e mi riferisco al cane, possiamo utilizzare anche il termine coevoluzione. Le città, esempio principe di ambiente antropizzato, non sono abitate solo dagli esseri umani. I cani, ad esempio, vivono nelle nostre case, nei quartieri, nei parchi, utilizzano i mezzi pubblici, ci accompagnano nelle strade, nei negozi, bar e ristoranti. Sono parte stabile della vita. Parlare di qualità dell’habitat ignorandoli lascia fuori una parte reale della convivenza quotidiana.

Adattarsi all’ambiente, o un ambiente adeguato?

Quando pensiamo allo sviluppo non possiamo chiederci soltanto quali competenze debba acquisire l’individuo per adattarsi all’ambiente.

Dobbiamo chiederci anche quali caratteristiche debba avere l’ambiente perché quell’individuo possa sviluppare le proprie competenze.

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Quanto conta il luogo in cui cresciamo?

Conta per un bambino, che attraverso gli spazi può esplorare, incontrare, allontanarsi e ritrovare riferimenti. Un bambino che sente attraverso tutti i sensi e che può fare esperienza anche del suono degli uccelli, della sensazione dell’erba sotto i piedi, della terra fra le mani, dell’odore del muschio e della pioggia sulla terra. Un bambino connesso con l’ambiente relazionale e fisico, dei muri e dei rami, delle strade e dei sentieri, capace di farlo sentire al sicuro e, allo stesso tempo, di permettergli di fare esperienza.

Conta per un cane, che negli stessi luoghi ha bisogno di muoversi, perlustrare, prendere distanza, incontrare gli altri, trovare sicurezza e possibilità di scelta.

Conta per un adolescente, che ha bisogno di luoghi in cui incontrare i coetanei, sostare senza dover consumare qualcosa, sperimentare autonomie e sentirsi parte della vita del quartiere. Luoghi in cui la sua presenza trovi spazio e riconoscimento, con adulti disponibili come riferimenti anche quando non guidano direttamente ciò che accade.

Il primo luogo in cui cresciamo è la casa. È lì che un bambino, come un cucciolo, costruisce i primi riferimenti, le prime distanze, le prime autonomie.

Sappiamo, e un’ampia letteratura scientifica lo documenta (tra i tanti, Purewal et al., 2017), che crescere con un animale è associato a vantaggi nello sviluppo del bambino: nell’autostima, nelle competenze sociali, nell’empatia. Eppure le nostre case raramente sono pensate per accoglierlo, così come raramente sono pensate per chi non rientra nello standard su cui le progettiamo. Una casa davvero adeguata è una casa adatta a chiunque la abiti, qualunque siano le sue abilità e disabilità. E adeguata vuol dire anche che gli animali ci possano vivere agevolmente, non esservi semplicemente tollerati.

La prospettiva è evolutiva: mi occupo di cani e bambini e rivendico il valore evolutivo di un ambiente, anche fisico, che può agevolare o limitare la possibilità di fare esperienze necessarie allo sviluppo di un individuo.

Se vogliamo città realmente inclusive e capaci di promuovere benessere, dobbiamo iniziare a immaginarle anche attraverso lo sguardo di chi sta crescendo.

Attenzione, non sto rivendicando città più verdi, anche se bisognerebbe forse rivedere gli equilibri tra costruito e naturale. Sto rivendicando ambienti che offrano possibilità condivise, senza progettare mondi separati per categorie diverse di individui. Condividere l’habitat per abitarlo in modi diversi, senza dover essere tutti presenti e coinvolti: con possibilità di incontro, di distanza, protezione e quiete.

Una piazza può diventare un ottimo ambiente, soprattutto se integra ampi spazi, in parte verdi, marciapiedi larghi che permettono di prendere distanza e sperimentare piccole autonomie, superfici e materiali diversi.

Spazi dove sia possibile interagire con libertà ed autonomia, anche attraverso esperienze guidate. Dove sia possibile scegliere di allontanarsi e interrompere al bisogno, scegliere una distanza, trovare uno spazio meno intenso. Spazi dove recuperare, respirare, aspettare e non partecipare:

Per un bambino.

Per un adolescente.

Per un cane.

Case, città e spazi della vita quotidiana non sono neutri: riflettono criteri che spesso privilegiano velocità, efficienza, comodità, controllo e facilità di spostamento. Criteri che non coincidono necessariamente con ciò che genera benessere.

Bambini, adolescenti e giovani cani crescono dentro questi ambienti accompagnati dagli adulti, che mediano le loro esperienze: scegliamo tempi, percorsi, distanze, possibilità di incontro e di sottrazione; accompagniamo, co-regoliamo e attribuiamo significato a ciò che accade.

Il futuro esige allora che cambiamo anche il modo in cui pensiamo, progettiamo e abitiamo gli ambienti: chiedendoci quali esperienze rendano possibili, quali relazioni favoriscano, quali autonomie sostengano e quale benessere possano generare.

Cambiare l’habitat significa anche cambiare lo sguardo di chi accompagna chi sta crescendo.

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Perché concentrare lo sguardo soprattutto su cani, bambini e adolescenti?

Non perché gli adulti siano estranei a questa riflessione. Guardare all’età evolutiva vuol dire guardare in avanti, alle persone che abiteranno le città che stiamo costruendo oggi.

Bambini e adolescenti stanno costruendo il proprio modo di stare nel mondo, di entrare in relazione, di partecipare a una comunità e di riconoscersi come parte di qualcosa che li supera.

E in questo percorso continuano a essere accompagnati da una specie che con l’essere umano condivide una storia antichissima di vicinanza: il cane.

Pensare città nelle quali bambini, adolescenti e cani possano incontrarsi, conoscersi e condividere gli spazi impone allora di interrogarsi anche sul tipo di adulti e di comunità che vogliamo contribuire a costruire.

Adulti capaci di sentirsi parte di un sistema e in relazione con ciò che li circonda.

Appartenenza, relazione e connessione non sono elementi accessori della qualità della vita: sono dimensioni profondamente radicate nella nostra natura sociale e strettamente intrecciate al benessere individuale e collettivo.

Forse progettare l’habitat del futuro significa anche questo: creare le condizioni perché, crescendo, impariamo non soltanto ad abitare un luogo, bensì a sentirci parte del mondo che abitiamo insieme agli altri esseri viventi.

Così ringrazio l’Urban October che mi ha concesso oggi questa occasione.

E allora mi permetto di allargare, per un momento, quel “for all”.
Adequate Housing for All.
Per chi sta ancora crescendo. Per tutti gli individui con cui condividiamo l’habitat, inclusi.


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